La storia non si fa a tavolino, diceva Lindo Ferretti, e a buon conto neanche la traduzione. Di Riccardo Iori


Un figlio già adulto che entra nella stanza del padre morto. Cavalieri senza nome che galoppano negli altopiani della Grecia. Una lavatrice che vomita sangue. No, decisamente non è questo, alla maniera dei ragionieri, il modo migliore per iniziare il mio articolo. Elencare gli spazi infiniti e angusti dove ti portano i libri, le infinite possibilità che ne racchiude uno ancora da sfogliare, non è il tratto essenziale dell’esperienza del tradurre, ma quello della lettura, así de simple.

Il corso di traduzione non è stato quindi solo ammucchiare un libro sull’altro, leggerli oppure farli entrare negli scaffali nell’attesa del giorno in cui ci sarà concesso leggere tutti i libri che abbiamo lasciato indietro (una fine altrettanto nobile, d’altronde, di quelli letti sul serio: essere solo un dorso pronto a essere tirato fuori, il libro dimenticato per anni che si paleserà al momento giusto, l’unico possibile, oppure mai; e se le occasioni colte fanno parte della vita tanto quanto quelle perse – questo è Auster- allora anche i libri non letti fanno parte della nostra vita tanto quanto quelli che ce l’hanno cambiata. Ma sto divagando).

Il corso di traduzione è stato scoprire un’altra dimensione della lettura. Forse non altrettanto grande, sicuramente più profonda. Forse non altrettanto emozionante, sicuramente più adulta. Ma certo qui non dico niente di nuovo. Monica, la nostra Virgilio, ce l’ha detto il primo giorno: -Perderete il gusto puro della lettura. E forse avrebbe anche potuto aggiungere: -Perderete. In qualsiasi buon manuale di traduzione il cambio di prospettiva dato dall’immensa traversata che bisogna affrontare è un assioma. Così come la perdita, di sfumature, di significato, di pregnanza; e a volte la perdita, nel senso di sconfitta. A proposito, non chiedete a Monica quali manuali bisogna leggere, perché la traduzione s’impara traducendo. La storia non si fa a tavolino, diceva Lindo Ferretti, e a buon conto neanche la traduzione, anche se seduto davanti a un tavolino si sta, la maggior parte del tempo (Alla fine qualche titolo l’ha consigliato, obtorto collo. Li troverete, a un certo punto del video, dei titoli dedicati all’arte al mestiere di tradurre. Ma non venite a chiederli a me).

Il corso di traduzione è stato, come qualsiasi nuova avventura -e come qualsiasi nuova sfida dentro una stessa avventura-, un esercizio di umiltà. Umiltà davanti al testo da tradurre e umiltà davanti alla lingua da tradurre. Umiltà davanti alla parola tradotta e umiltà davanti alla lingua che dovrebbe essere la tua. Ma anche qui non scopro niente di nuovo. Deve essere comune a qualsiasi traduttore con un minimo di amor proprio, l’esigenza di farsi piccolo davanti all’immensità della parola scritta, alla sua sacralità, mi verrebbe da dire, se l’umiltà non mi consigliasse di volare basso. Ma anche, più prosaicamente, il buon senso di ammettere che tanto della lingua di partenza che di quella d’arrivo si sa molto meno di quello che si crede, che ogni traduzione -anche la propria- è sempre migliorabile, è sempre perfettibile.

Il corso di traduzione è stato, come qualsiasi nuova avventura – e come qualsiasi nuova sfida dentro una stessa avventura-, un esercizio di coraggio. Il coraggio che bisogna avere dopo essersi riscoperti così piccoli davanti alla grandezza della parola scritta e così perfettibili nel proprio vocabolario. È trovare comunque il coraggio di credersi capaci di poter dire quasi la stessa cosa in un’altra lingua, e se si trattasse solo di lemmi da cercare sul dizionario, passi, ma qui si parla di storie, emozioni e silenzi (e cosa sono, in fondo, le parole, se non storie, emozioni e silenzi?). Diceva Bolaño nella sua ultima intervista che lo commuovevano i giovani che osavano leggere il Dizionario Filosofico di Voltaire, i giovani d’acciaio che leggono Cortázar y Parra, i giovani che dormono con un libro per cuscino. A me, dopo questo corso, mi commuovono i giovani d’acciaio che osano tradurre e si addormentano sulle parole irrisolte. E che hanno il coraggio al mattino di rimettercisi, con la consolazione che ogni traduzione -anche quella dei maestri- è sempre migliorabile, sempre perfettibile. A proposito, per rassicurarci Monica ci ha detto che Galdós, il nostro Galdós, aveva tradotto Dickens in maniera tutt’altro che rigorosa. Non voglio sapere se è stata una menzogna misericordiosa detta per toglierci un po’ di pressione.

Il corso di traduzione è stato infine e soprattutto ascoltare le persone. Farsi spingere dalle parole verso le persone per poi ritornare dalle prime più preparati. È stato chiamare vecchi amici spagnoli che lavorano lontano per sapere se menudear si usa ancora per qualche altro motivo che non sia il piccolo spaccio o se Señá è solo un’abbreviazione o ha qualche connotato regionale. È stato chiedere a un’amica italiana trasferitasi da poco -e quindi con un italiano ancora immacolato- di controllarmi il testo per la paura di aver lasciato qualche que dove doveva esserci che (e scoprire di aver fatto di peggio). È stato confrontarmi quasi ogni giorno con le mie compagne d’avventura e confrontare le nostre perfettibili versioni; le mie compagne d’avventura giovani, coraggiose, umili e traduttrici. Scoprire che la traduzione non è un lavoro solitario e che per certi versi è il contrario della solitudine. E quindi forse anche il contrario dello scrivere. O forse scoprire che neanche lo scrivere è un lavoro solitario.

 

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